Scienza
De-estinzione e bioetica: riportare in vita il passato
Oggi approfondiamo un concetto che potrebbe sembrare appartenere esclusivamente alle pellicole cinematografiche di fantascienza, ma che in realtà rappresenta una reale possibilità grazie ai progressi dell’editing genomico. Stiamo parlando della de-estinzione, ovvero della possibilità di riportare in vita la specie estinte grazie alla tecnologia CRISPR. Oggi vediamo quindi come funziona questo processo, che non consiste nel clonare un individuo esattamente come appariva millenni fa, ma piuttosto nel mappare il genoma antico e inserire i tratti distintivi del DNA di parenti viventi prossimi. Una pratica che potrebbe permettere di creare organismi ibridi capaci di ricoprire il ruolo ecologico dei loro antenati.
Il dibattito sulla de-estinzione
Nonostante le premesse così rivoluzionarie, relativamente alla de-estinzione esiste un dibattito aperto che riguarda la fattibilità tecnica del processo che abbiamo descritto nell’introduzione e la responsabilità umana di attuare tale processo.
Da un lato la scienza ci offre gli strumenti per riparare i danni causati dalla caccia eccessiva e dalla distruzione degli habitat operata dall’uomo nei vari periodi storici. Dall’altro ci troviamo di fronte ad un dilemma fondamentale, ovvero a chiederci se abbiamo il diritto di giocare con il codice della vita per rimediare ad errori storici. In questo dibattito interviene la bioetica che ci mette di fronte al fatto che queste nuove creature potrebbero effettivamente far parte della natura oppure diventare dei semplici prodotti di ingegneria biotecnologica privi di un vero contesto ecologico.

L’uomo ha il diritto di usare la scienza per ricreare animali estinti? Scopriamolo.
Quali sono allora gli argomenti a sostegno dell’attuazione di questo processo? Il primo è sicuramente la necessità di ripristinare gli ecosistemi degradati. Facciamo un esempio specifico. Specie come il mammut lanoso erano dei veri e propri ingegneri ambientali, perché con il loro calpestio il loro pascolo nelle steppe artiche, mantenevano il per ma Frost ghiacciato e favorivano la crescita di praterie capaci di sequestrare enormi quantità di carbonio. Riportare questi giganti nel grande Nord potrebbe – in teoria – aiutare a rallentare il riscaldamento globale, trasformando quella che finora era una curiosità scientifica in una strategia di sopravvivenza climatica.
Riparazione ecosistemica e medicina ambientale estrema
L’approccio appena descritto nell’esempio vede la de-estinzione come una forma di medicina ambientale estrema. Quello che questo processo vuole attuare non è la creazione di uno zoo per turisti, ma la reintroduzione di pezzi mancanti di un padel biologico che si è rotto.
La bioetica analizza il rapporto costi benefici. Lo sforzo economico titanico necessario per queste operazioni sarebbe sicuramente meglio speso nella protezione delle specie attualmente in via d’estinzione, tanto che molti scienziati temono che l’entusiasmo per questa risurrezione biologica possa distogliere l’attenzione e i fondi dalla conservazione della fauna che ancora popola il nostro pianeta.
Si aprono quindi a questo punto dilemmi morali che vanno a guardare alla salute degli animali ancora esistenti ma anche al benessere degli animali de-estinti. Nell’attuare il processo di cui stiamo parlando oggi va infatti considerata la qualità della vita degli esseri che si andranno a creare. Un animale non è fatto soltanto del suo DNA, ma è anche parte del suo comportamento appreso e delle interazioni sociali. Tornando al mammut, una volta creato chi lo crescerebbe? Un elefantessa asiatica non avrebbe una guida della propria specie per imparare a sopravvivere nel freddo o a migrare e non potrebbe dunque fare da mamma al mammut creato.

Lavorare sul genoma animale per ricreare specie estinte potrebbe essere la chiave per ricreare interi ecosistemi
La bioetica solleva quindi dubbi atroci sull’isolamento sociale di questi individui. Il rischio è di dare alla luce esseri senzienti destinati ad una vita di solitudine confusione comportamentale, che con il tempo potrebbero trasformarsi in alieni nel loro stesso mondo.
Il rischio biologico imprevedibile della de-estinzione
Esiste infine la questione del rischio biologico imprevedibile. L’introduzione di una specie scomparse da 10.000 anni potrebbe portare con sé patogeni dormienti o, al contrario, queste specie potrebbero essere vulnerabili ai virus moderni tanto da non avere le difese immunitarie necessarie alla sopravvivenza.
La de-estinzione potrebbe involontariamente innescare squilibri negli attuali habitat, dove le specie moderne hanno occupato le nicchie lasciate libere. La manipolazione del passato richiede dunque una cautela estrema, poiché ogni azione sulla biodiversità ha effetti a catena che possono propagarsi in modi del tutto inaspettati.
