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Deep sea mining e la corsa alle batterie abissali

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deep sea mining

Oggi parliamo di un argomento piuttosto delicato e ci basiamo su ciò che sappiamo relativamente a questa pratica considerata nociva per l’ambiente. Stiamo parlando del deep sea mining, ovvero l’estrazione di minerali preziosi situati a profondità che variano dai 4000 ai 6000 m, in zone come la piana abissale. Le industrie estrattive guardano ai fondali oceanici proprio perché ormai c’è una forte fame di risorse e qui si trovano i noduli poli metallici, formazioni rocciose grandi come patate che contengono concentrazioni altissime di cobalto, nichel, rame e manganese. Tutti elementi essenziali per la produzione di batterie per i veicoli elettrici e per i sistemi di stoccaggio delle energie rinnovabili. Vediamo quindi insieme come funziona questa pratica e che cosa sono le batterie abissali.

Batterie abissali e deep sea mining

Nella nostra introduzione abbiamo parlato di batterie abissali, batterie naturali che per molti rappresentano la soluzione definitiva alla scarsità di materie prime sulla terraferma. Nonostante ciò, l’estrazione di questi ecosistemi solleva interrogativi etici e scientifici giganteschi.

Gli abissi non sono dei terreni fangosi, sono piuttosto degli scrigni di biodiversità ancora in gran parte totalmente sconosciuti. Qui specie millenarie vivono in un equilibrio perfetto e fragilissimo, equilibrio che viene costantemente messo a repentaglio dal deep sea mining. La sfida è capire se sia possibile alimentare la rivoluzione verde distruggendo uno degli ultimi santuari incontaminati del nostro pianeta.

deep sea mining

Il fondale oceanico raccoglie segreti e tesori

Ma come funziona questa pratica di estrazione che rischia di distruggere questo ecosistema? Come vedremo il processo prevede l’impiego di enormi veicoli robotizzati. Strumenti che raccolgono e separano ciò che trovano sul fondo del mare.

Il funzionamento tecnologico dell’estrazione negli abissi

Il processo di deep sea mining  prevede appunto l’utilizzo di enormi veicoli robotizzati che vengono posati sul fondo dell’oceano per scansionare raccogliere i noduli attraverso sistemi di aspirazione.

Il materiale raccolto viene pompato in superficie verso navi di appoggio tramite dei condotti lunghi chilometri. Una volta separati i minerali dei sedimenti, l’acqua di scarto e i detriti vengono rigettati in mare spesso a profondità intermedie.

Un meccanismo, che pur essendo un capolavoro di ingegneria sottomarina, sta generando preoccupazioni per le nubi di sedimenti che potrebbero soffocare la vita marina a decine di chilometri di distanza dal sito estrattivo. La pratica a però un vantaggio competitivo, quello dei materiali sottomarini che sono particolarmente puri. Rispetto alle miniere terrestri, che richiedono lo scavo di tonnellate di roccia per estrarre pochi grammi di metallo, questi noduli abissali offrono una resa più elevata con un minor consumo di suolo visibile. Ed è proprio qui che sta il nodo del dibattito, dove le aziende del settore che promuovono l’estrazione oceanica come alternativa meno invasiva rispetto alla deforestazione, stanno comunque riscontrando lo zoccolo duro delle associazioni ambientali.

Impatti ecologici e il rischio per gli ecosistemi millenari

Gli ambientalisti rinfacciano alle società di estrazione una cosa fondamentale, ovvero che nonostante le promesse di sostenibilità il deep sea mining si ripercuote direttamente sull’ambiente in maniera lenta e costante. Anche la comunità scientifica internazionale è d’accordo e sta infatti lanciando allarmi continui sugli effetti nocivi di questa pratica.

Il disturbo fisico del fondale marino è irreversibile su scala umana, anche perché i noduli poli metallici impiegano milioni di anni per formarsi e costituiscono l’habitat unico per spugne, coralli e micro organismi rari. Sapete cosa significa questo? Che rimuoverli vuol dire cancellare intere comunità biologiche che non avrebbero modo di Ri colonizzare l’aria.

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I robot per scavare e raccogliere i metalli dal fondo del mare

C’è poi la faccenda dell’inquinamento acustico e luminoso prodotto dai macchinari che vengono messi a lavorare a profondità dove regna il buio assoluto, il che potrebbe alterare i cicli vitali di specie che comunicano attraverso la bioluminescenza. Infine, c’è il rischio sottovalutato del rilascio di metalli pesanti nelle colonne d’acqua superiori, dove avviene la pesca commerciale. Se le particelle tossiche entrassero nella catena alimentare, le conseguenze per la sicurezza di ciò che mangiamo a livello globale sarebbero imprevedibili.

La verità è che manca una regolamentazione internazionale definitiva, che è attualmente in discussione all’autorità internazionale dei fondali marini (ISA). Alcune nazioni stanno premendo per iniziare lo sfruttamento commerciale immediato, mentre altri richiedono una moratoria decennale per studiare meglio i rischi. Staremo a vedere cosa accadrà nei prossimi anni.

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